ARIA e il Normandie Indietro

A l'Herboudière, il delizioso porto de l'Île, Aria ci arriva ogni volta piuttosto stanca. Quel viaggio, di oltre millesettecento chilometri in autoarticolato su quelle lunghe e trafficate autostrade le dà sempre il mal di testa e, benché la sua nuova sella sia come un ergonomico divano, le ci vuole sempre qualche giorno prima di riprendersi. Non tanto per la sua età - lei si sente una ragazzina - quanto per la differenza climatica e il lungo distacco dall'acqua. Tuttavia il sacrificio di quel viaggio svanisce non appena approda in quel mondo che ama, su un appagante campo di regata, tra persone di classe e vecchie signore della Parigi bene con cui adora misurarsi in mare. Aiutata dai suoi maggiordomi e dal cantiere di Jean Charles, signorilmente scende nel foyer dell'Atlantico e, ripulita dalla polvere del viaggio, rimane in attesa che i suoi legni si rigonfino e che i suoi servitori le stirino gli abiti da regata e quelli per il gran gala. In quel porto è come se ci fosse nata, anzi ci è nata, o meglio, ci ha lasciato l'anima da sempre perché, poco più oltre, tra la Côte Jade e lo Chenal du Nord, al vecchio Chantier de Penhoët di St. Nazaire, ci è nato il suo grande amore. Se non fosse stato distrutto in un incendio a New York nel 1942, avrebbe quasi la sua età. Ce l'ha sempre nel cuore, lei, e ogni notte se lo sogna dar forza ai suoi 160.000 cavalli di motore e passarle accanto con le sue luci, l'imponenza dei suoi 313 metri di lunghezza e i tre fumaioli rossi, due dei quali attivi, il terzo concepito dal genio dei suoi architetti per mantenerne l'equilibrio della forma, restituendogli quel profilo che l'ha fatta innamorare. Lui è stato il più bello, il più grande, il più maestoso, il più elegante, il più lussuoso, il più perfetto che sia mai esistito. Il capolavoro assoluto della Compagnie Générale Transatlantique. È stato il Normandie. Solo a guardare la sua prua c'era da rabbrividire. Si sentiva una mocciosa, Aria, quando lo vedeva sfilare nelle voluttuose onde dell'oceano.

"Bonjour, ma princesse!", le urlava lui in corsa verso la vittoria del Ruban bleu."Abbi cura di te, piccola dea. Lasciati proteggere", le sussurrava al rientro dai suoi viaggi e qualunque cosa lui dicesse o facesse o non facesse la metteva in quello stato di totale catatonia d'amore che la costringeva alla boa per almeno qualche ora.

Un giorno, era il primo di maggio, la corrente le recapitò un mughetto con tredici campanellini e un piccolo biglietto:

"Mon tendre Mistral, c'est à toi que va le cadeau de la vie. Il faut que tu t'aimes, toujours, à toutes les heures, Ton louche ami".

Le sconvolgenti scintille di quell'amore erano dirompenti come in un fato preordinato. Nei loro brevi incontri lui esprimeva sempre la sua emozione sbuffando fumo dai suoi comignoli e le prometteva di caricarla sul suo grande ponte per tenerla con sé "fin quando", le sussurrava, "le stelle dell'Orsa Maggiore non ci cadranno addosso". Lei rispondeva col suo maldestro francese: "Portez-moi très loin, mon Cappitain!", e così era sempre e fu per anni, finché un giorno non lo vide più e pianse tanto da infradiciare tutti i suoi legni e bagnare tutte le sue vele. Ci volle Isabelle, la brocanteuse del Général d'Helbée per rianimarla da quel dolore, lei che ogni tanto spolverava i comignoli spenti di quell'immenso paquebot e che riuscì a tirar fuori dalla polvere della sua bottega qualche pezzo del 'Luminoso'. In quell'istante Aria ritrovò il suo "Tu" da mettere accanto al proprio "io".

Perché "i sogni e la poesia coabitano sempre, Madame".

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