La mia ARIA di Serena Galvani

INCIPIT

Scesi dal taxi all'ora del primo caffè pomeridiano. Era una di quelle miti primavere, esci di casa e sei contenta perché le stagioni sono ancora quattro. Stretta nel mio cappotto blu mare, zaino in spalla e agenda in mano, la frenesia di chi vuole conquistare un pezzo di storia, suonai il campanello della casa fantasma. Il cancello della palazzina Liberty si aprì. Attraversai un piccolo giardino di erba e ciottoli difeso da scheletri di piante grasse, mentre la porta di legno floreale si animava come un'onda e si spalancava educatamente.


"Buongiorno, lei è venuta per la barca? Molto piacere", disse l'uomo in età, non alto, stempiato, pantaloni grigi come i capelli, maglioncino color polvere come il suo incarnato. "Prego, si accomodi". Entrai. Sul soffitto una quaresima di stucchi corrosi dal tempo e la fioca luce di un lampadario in ferro battuto. A sinistra un'imponente scala di marmo bianco. All'orizzonte un lungo corridoio che confluiva in una sala da pranzo anni Cinquanta. "Qui a destra, prego".


Varcammo la soglia di un piccolo salotto. Le persiane discrete, una tenda di pizzo bianco che disegnava ricami sul pavimento, un vecchio divano di velluto marrone che calpestava un finto tappeto persiano. Di fronte un tavolino in legno su cui poggiava un vaso di fiori secchi a soffocare il ricamo di un centrotavola.

Inciampai nella prolunga di un duplex, insinuata tra la tenda e il sofà.

"Mia moglie è di sopra, si scusa, ma non si sente bene. Prego, si accomodi". "Grazie". Sprofondai tra le molle sfiancate di quel consunto canapè.

L'uomo sparì per un attimo. Ricomparve con una seggiola. Sedette senza guardarmi negli occhi. Il busto eretto, mani giunte, dita incrociate, i pollici di cera si intersecavano girando come un'elica.

"Dunque è lei che vuole comprare la mia Aria?".

Sorrisi. "Diciamo che sono interessata, anche se la sua richiesta mi pare un po' eccessiva".

L'uomo rimpallò il sorriso.

"Ecco qua. Le ho preparato l'album delle foto della mia bella barca". Inforcò gli occhiali di corno nero tenuti insieme da un cerotto di nastro adesivo. "La guardi bene. È un oggetto rarissimo. Non ce ne sono mica tanti di '8 metri' così!".

"Lo so. Prima di decidere per lei ne ho viste altre due".

"Ah, sì immagino quali... Rottami come il Cheta o il Lycea! Aria non è mica un rottame, sa? E poi ha avuto una storia importante, nobili armatori, regate internazionali, pubblicata su un sacco di riviste. Insomma, non è una barca qualunque!". Alzò gli occhi, lo sguardo abbandonato nelle tracce della sua memoria.

"Classe 1935, grande cantiere di costruzione, gli anni del Duce! Pensi che la trovai al porto di Fiumicino. Era il 1967. Sembrava nuova, scafo perfetto, attrezzature a posto. Avevo sempre desiderato un purosangue, una barca per farci le regate, ma anche per andarci a passeggio. Mi innamorai del suo profilo e me la portai sul Garda, in treno! Che avventura! Lei non ci crederà, ma ho dovuto noleggiare un vagone apposito, un carro merci ribassato e sufficientemente lungo per accoglierci anche l'albero. Ci vollero cinque giorni perché arrivasse a destinazione. Arrivò a Desenzano percorrendo un raccordo ferroviario che risaliva all'epoca della guerra. Bei tempi... quelli del Regime, intendo. Ma anche gli anni Sessanta, tutto sommato. Era l'unico 8 metri Stazza Internazionale presente sul Garda, la più fotografata di tutte. Ci ho fatto un sacco di veleggiate poi, durante una 'Tridentina', per una raffica improvvisa, l'albero si spezzò in tre punti. Cosa vuole, cose che capitano. Lo misi nuovo, in alluminio, molto più pratico e moderno. Ah, però sa, il boma originale di legno lo conservo ancora, insieme a qualche bozzello e alle porte del tambuccio. Sono nella cantina della mia casa di Favignana, vicino all'orto dove ha visto la barca. L'ha vista, vero?".

"Sì, è molto affascinante, anche se...". Il bigiore di quell'uomo acutamente mi interruppe.

"È lì, nel suo invaso, praticamente perfetta".

"Beh, proprio perfetta...", eccepii. "Ci sono molti lavori da fare e poi è vetroresinata...".

"Signora mia! Con tutte le miglia che ci ho fatto! Pensi che così è molto più sicura e poi... meno manutenzione! A Favignana, dove l'ho portata nell'estate dell'Ottanta, sempre con la ferrovia, mi ci sono divertito parecchio. Ci ho fatto regate con barche moderne, ci sono andato a pesca con le guardie del carcere, ci ho veleggiato con gli amici. Una volta siamo perfino spiaggiati per colpa di una libecciata uscita all'improvviso, ma lei niente, sa? Non ha fatto una piega. È una barca forte. L'abbiamo recuperata dopo giorni e aveva solo qualche botta".

Mi sentivo male ascoltando quel racconto. Se ci fossimo accordati sul prezzo, le avrei reso i dovuti onori e l'avrei accudita come una regina.

"Lo sa perché si chiama Aria? Perché è una barca da vento! Guardi, guardi qui come fila sul lago e qui insieme a me e alla mia famiglia".

L'uomo sfogliava l'album dei suoi ricordi e mi rendevo conto che lei era parte costante della sua vita. Lui l'aveva stravolta, ma nella sua mente non era così. Da come narrava i fatti, Aria aveva solo cicatrici che si era procurata in quegli anni vissuti accanto a lui, nella loro costante babilonia.

"Perché la vuole vendere?".

"Veda signora, io ho un'età. Non ho più il tempo né la voglia di navigarci. Ne abbiamo fatte di cose insieme, ma ora sono stanco e così, da un po' di anni, l'ho tirata a secco. Il mondo è cambiato. Il porto dell'isola è affollato di natanti. Lei non ci sta più bene lì. Per carità, laggiù la considerano la barca di tutti e so che, se la vendo, tutta l'isola si arrabbierà, ma io con quei soldi ci devo fare altre cose".

Ecco, aveva toccato il tasto. Iniziò la disputa sul quantum. Per oltre tre ore tentai di tagliare una bella fetta della sua richiesta economica. Ma non riuscii a ottenere che un misero sconto.

"Le belle cose costano, cara signora!", esclamò alla fine.

Inerme, mi riservai una risposta. Quell'uomo si presentava come un masticatore di danaro che poi, apparentemente, non spendeva. Lo si vedeva da tutte le sue modeste cose.

Uscimmo dal salottino. La mano biancastra mi fece strada nel corridoio semibuio, scrocchiò il chiavistello della porta e, quando ero già con un piede fuori, il Dottore concluse: "Prendere o lasciare, bella signora. Ci pensi. Arrivederci".

Richiusi il cancelletto di ferro lasciando dietro di me le trascurate piante grasse e il portone floreale. Seduta sullo scolorito sedile dell'Intercity che mi riportava a casa ponderavo quella follia. Pensavo a quel singolare uomo fané e ai suoi divani ansimanti, al bicchiere di aranciata, l'unico offertomi in un intero pomeriggio, a come aveva potuto sfregiare una regina come Aria, un pezzo di storia dello Yachting, la quint'essenza della Vela! E a come, al contempo, ne parlava con possessivo e sincero affetto. Quella barca, nello stato in cui si trovava, non valeva il prezzo e lui lo sapeva bene. Forse stava giocando d'azzardo perché non era certo di volersene liberare. Forse, leggendo la mia smania, aveva pensato "O la va o la spacca". Non era il caso di farsi altre domande.

Il treno correva sulla pianura che imbruniva e io mi immaginavo Aria piantata nel suo carro ferroviario a raggiungere qualche tratto di mare. Sentivo l'urgenza del suo richiamo, riecheggiavo i racconti di quel pomeriggio, pensavo a quanto sarebbe stato galvanizzante (non è un gioco di parole) ridare la vita a quella creatura. Perché con il tecnico del cantiere, Federico, l'avevamo controllata bene: quella barca, benché conservasse ancora diverse parti originali, era un malato terminale, tenuto insieme solo da un'ingessatura di fibra di vetro. Nessun alito della sua fastosa vita precedente, nessun inchino di nobili yachtsmen, nessun segno d'amore. La sua pancia come il ventre di uno squalo, gonfia di plastica e alluminio, scottame, cavi, barattoli, pennelli, olio motore, grasso, finanche cuccette, una cucina, un fornello e un wc con doccia.

Non mi bloccai a contare lo scialo di forze, energie e soldi che ci sarebbero voluti per rimetterla in grado di riprendere il mare e regatare come un tempo. I conti li avevo fatti a spanne e tutto sommato era meglio non farli. Il fatto è che me ne ero innamorata, non sapevo neppure io perché. La segreta convinzione che questa "cosa" avrebbe fatto bene a entrambe confermava al mio istinto di andare avanti.

Scesi dal vagone che era già buio. Quella barca era una magnifica ossessione che non mi dava tregua. Passò qualche giorno e richiamai il proprietario. All'altro capo del telefono, una voce flebile di donna.

"Cerca il Dottore?".

"Sì".

"È uscito per una visita urgente. Rientrerà stasera tardi. Devo lasciar detto qualcosa?".

"Sì... Gli dica che... sarò la nuova custode di Aria".

Riattaccai consapevole di aver fatto una follia, della quale ero però entusiasta. Mi richiamò due giorni dopo. Non ci furono ulteriori sconti e stabilimmo di vederci direttamente sull'isola di lì a due settimane.

FAVIGNANA E LA PRINCIPESSA SENZA TEMPO

A Favignana ci andammo come l'armata di Brancaleone da Norcia: Mario Marcianò, Capitano di Lungo Corso e mio grande amico, il suo amico Nicola, tre giovani skipper siciliani, un avvocato per il contratto ed io, comandante di ventura, come Vittorio Gassman. Era l'epoca della mattanza. L'isola era deserta. Per cinque giorni fummo gli unici ospiti, insieme ai tonnaroti e ai tonni. Vivevamo ormeggiati al porto, su Acaia, il mio Solaris 47, progetto Sparkman & Stephens, ceduto anni dopo all'Istituto Nautico "Giovanni Caboto" di Gaeta che lo ribattezzò col nome del grande navigatore. Acaia fu la prima indispensabile amica di Aria. Senza il suo fedele aiuto il prezioso '8 metri' non sarebbe mai arrivato all'Argentario.

Ogni giorno il Dottore sgommava col suo vespino nero sul porto, la curiosità sulla pelle, il sorriso di chi si stava liberando di un amato peso. A cadenza di alba e tramonto i tonnaroti uscivano con i loro vecchi legni e tornavano carichi di pesci massacrati. Ci avvolgevano con il loro sguardo protettivo, erano di poche, siciliane parole. A loro non sfuggiva nulla di ciò che facevamo. Quand'anche erano in mare, avevano i loro informatori; tutti sapevano che eravamo gente pacifica e che avevamo una missione da compiere. Per questo erano affabili e la sera barattavamo sorrisi col loro pescato nell'unico bar con cucina in attività.

Furono giorni di spensierata fatica.

La barca dormiva sulla brulla collina dove l'avevo incontrata la prima volta. Le navigate forme ancora seducenti, l'aspetto fiero e nobile di chi ha scritto pagine di storia nautica. Principessa senza colpa stregata da una sorte maligna, Aria, sfuggita alla sua rotta vera, viveva carcerata nel suo invaso, come in una devastante camicia di forza. Il mare era là, lo poteva attraversare con lo sguardo, ma non lo poteva neppure sfiorare.

Le nostre attenzioni e quei colpi inferti qua e là per assicurare i suoi brandelli prima della traversata la risvegliarono. Aprì gli occhi e lo rivide, il mare. Come un miraggio. Mi guardò come fossi, anzi lo ero, la sua ultima chimera.

"Vedrai, ce la faremo", le sussurrai.

Per prepararla al suo viaggio c'era molto da fare e il Comandante Marcianò, con la sua calma serafica ma con ferma autorità, dispensava a tutti noi gli ordini di giornata sui pochi ma impellenti lavori di soccorso, irrinunciabili per farle riprendere la via. Una sorta di veloce e pragmatica rianimazione.

L'ombra del Dottore, come un'eclissi, offuscava più volte al giorno il caldo sole dell'isola. Compariva a controllare il nostro lavoro, diceva la sua, scompariva velocemente dietro al muretto a secco di quella cella mediterranea. Quando vide che eravamo a buon punto, magnanimamente ci portò nella sua cantina e ci tirò fuori una manciata di oggetti che le appartenevano.

"Ecco qua. Tutto questo è suo. Qualche bozzello, il boma, la vecchia bussola, gli sportelli del tambuccio, i verricelli originali".

Mise tutto in un enorme sacco e ce lo porse, come si fa con un detenuto che ha scontato la sua pena ed è in procinto di uscire.

"Non perdete nulla e non dite che non ve li ho dati".

Si comportava come chi non riesce a separarsi definitivamente dall'idea del possesso. Eppure il tempo scandiva le ore che lo avrebbero allontanato per sempre dalla sua barca. Quasi a malincuore ci prenotò la gru che doveva venire dalla costa per il varo.

"Ah, a proposito ragazzi", aggiunse. "Qui l'unico mezzo per trainarla dalla collina al porto è il trattore di un contadino. Lo posso chiamare. Quando non è impegnato a trasportare letame, si presta a fare questo genere di lavori".

"Aria su un carro di letame?!", sgranammo gli occhi sconcertati. Il vecchio proprietario lesse, questa volta paternamente, il nostro sgomento.

"Non c'è altro mezzo, l'abbiamo sempre fatto. Non preoccupatevi", ci rassicurò.

"Ci sarò anch'io!", aggiunse poi con un pungente sorriso.

Due giorni dopo, la mattina presto, eravamo tutti lassù, vicino alla barca appena rianimata, ad attendere il trattore che trasportava letame e il vespino nero del Dottore con la sua ombra sopra. Il contadino abbronzato arrivò col suo Landini e ci aiutò a divellere il muro a secco che chiudeva il terreno. A fatica trascinammo Aria e il suo invaso sulla strada polverosa e partimmo in processione verso il porto. Seduta sul trattore, coi pantaloni infangati di liquame, lo sguardo all'indietro, controllavo che il rimorchio non cedesse. Il Dottore chiudeva la processione con un ironico saluto romano. Al nostro lento incedere si aprivano man mano gli scuri delle case isolane, apparentemente immacolate. Tutti sapevano del nostro movimento, ma nessuno aveva osato chiedere. Il timido cenno di mano di qualcuno, lo strepito di altri.

"Chi stai facennu??? Ti stai futtennu a barca mia?!".

"Allora è vero", pensai. Aria era la barca dell'isola, la roba di Mazzarò delle novelle di Verga. E lì tutti sembravano Mazzarò. Il Dottore procedeva in silenzio dietro la nostra carovana, lo sguardo colpevole di chi ha compiuto l'estremo gesto senza rendere partecipe nessuno delle proprie decisioni.

Arrivammo al porto. La gru era parata. In molti erano scesi dalla collina di stoppie per seguire muti ogni movimento. Il solito forte Libeccio ci impedì di mettere la barca in acqua.

"Oggi non si può. Si rischia troppo. Tentiamo domani se il mare si placa", enunciò il Comandante. Quella notte non dormii. E non dormì neppure Aria che finalmente era a un passo dall'infinito.

IL RITORNO AL MARE

La caffettiera borbottò sul fornello di Acaia. "Sveglia picciotti!". Il Comandante Marcianò bussò alle nostre cabine.

"La bimba ci aspetta. Il vento è buono, l'uomo della gru è qui fuori. Andiamo. Lillo, tu preparati a venir fuori dal porto con Acaia. Ci servirà per rimorchiare Aria". Ingollammo una tazza di caffè bollente e ci precipitammo sul molo, pronti a procedere. I volti eccitati nel silenzio di quel post aurora.

L'immensa gru, appollaiata sul cemento della banchina, agganciò la sospendita attaccata ad Aria. Tremavo. Il cavo di acciaio si stese in massima tensione come il collo di un uccello predatore e sollevò pian piano la barca dalla sella. A prua e a poppa due cime, governate dalle ruvide mani di due marinai. Marcianò urlava "Attenti! Piano! Non allentate la presa sulle cime! Così va bene! Bene, ora pronti a scendere!".

E Aria si librò nell'aria.

Leggiadra danzatrice della 'Fata confetto' di Tchaikovsky, finalmente libera dalla sua camicia di forza, volteggiando con delicate oscillazioni, si abbassò sull'acqua fino ad impattarla.

"Attenzione! Piano!".

Finalmente si immerse. Prima si bagnò il bulbo, poi l'opera viva. Il comandante continuava a urlare: "Mollate le cime! A bordo! Occhio alla falchetta! Assicuriamola con quel corpo morto!".

Aria non udì. Era nel suo mare.

Stiracchiava dolcemente le vecchie membra, beatamente scricchiolava, godeva dell'acqua salata gettata sulla sua pelle avvizzita e della brezza che immediatamente l'asciugava. Il mare era il suo liquido amniotico. Ne gustava il massaggio delle onde, i fondali là sotto e i pesci che le pizzicavano la pancia.


"Che meraviglia!", pensava. "Galleggio! Forse posso navigare! Forse posso ancora farcela!".


L'incantesimo era sciolto e sulla sua logora coperta vedevo solo punti esclamativi. Appena fu a tiro salii a bordo. La carezzai, come si accarezza una figlia. Era quasi mezzogiorno. Il Dottore aveva assistito a quel meraviglioso parto da lontano, poi si era dileguato. Aria, uscita finalmente dal suo incubo, dalla sua incubatrice e da Alcatraz, stretta per mano ad Acaia rientrava con lei agli ormeggi.


Ci fermammo sudati sul molo. Ero irrimediabilmente commossa. Lo erano anche il Comandante e i ragazzi e i tonnaroti che ricambiarono con un'alzata di remi i nostri sorrisi incorniciati. "Brindiamo!", urlai sorridente.

Il botto del tappo si confuse con lo scoppiettio della marmitta di una moto. Era il Dottore con un fedele amico di veleggiate e un grosso sacco bianco. "Bene, ragazzi, ce l'abbiamo - plurale maiestatis - fatta! Ecco qui la vela maestra. Le altre ve le porto più tardi".

"Brindi con noi, Dottore. E anche lei", dissi rivolta al suo amico. Il Dottore, immobilizzato da un velo di nostalgia, fissò la barca in acqua per un estremo, inutile, corteggiamento. Poi, sorridendo, alzò il calice. L'armoniosa alchimia di Aria e acqua aveva finalmente sciolto il suo antico bigiore.

Dopo pranzo mi tuffai in mare, nuotai a lungo, mi avvicinai alla carena della barca e la sfiorai come fossi un delfino. Mi accucciai nella sua pancia e, respirando l'Aria, mi addormentai appoggiata a ogni genere di ciarpame.

OVVERO TU ED IO

Era quasi il crepuscolo quando Mario bussò dal pozzetto.

"Serena! Vieni in coperta! Ho issato la randa. Si legge ancora il suo numero velico". Alzai gli occhi verso lo sbiadito '8-I.17', mal stampigliato sulla vela maestra. '8' come otto metri, '-' come Stazza Internazionale, 'I' come Italia, '17', il numero di serie progressivo.

"Corretto!", replicai come in un'istantanea. "È il suo originale".

Un brivido di freddo mi attraversò la schiena.

"Mario, sono congelata. Vado su Acaia a fare una doccia calda, voi che fate?".

"Noi abbiamo appuntamento col Dottore per prendere le altre vele e poi andremmo a cena. Domani sarà una giornata di duro lavoro se vogliamo partire dopodomani. Che fai, ci raggiungi alla taverna?".

"Penso di sì, se non mi vedete non preoccupatevi. Sono molto stanca".

Chiusi il tambuccio di Acaia, entrai nel mio bagno e mi lasciai scorrere addosso una cascata di acqua bollente. Quel brivido non mi abbandonava. Il pensiero del numero velico di Aria mi era caduto addosso come un doloroso epitaffio.

"Numeri celati ai numeri", pensai mentre il cuore mi saliva alla gola. Ahi! Bomba inesplosa di una devastante e indelebile memoria di morte!

"8-I.17","8-I.17", ripetevo. Quel pantheon di numeri frullava nella mia testa rapido come una turbina. Presi carta e penna dal tavolo da carteggio e cominciai a scrivere all'affannosa ricerca di una memoria coordinata capace di acquietare la mia angoscia. Il foglio si riempì di equazioni. Otto-i-diciassette scomposti, capovolti, scissi, uniti. L'otto, il giorno che diede la vita a mio padre. Il diciassette, il giorno in cui mio padre se la tolse. 'Otto', il numero atomico dell'ossigeno, dei pianeti del sistema solare, della Rosa dei Venti, 'otto' il numero dell'equilibrio cosmico e dell'infinito. Nella mia testa solo serie di 'otto' che roteavano vorticosamente. Dai Testi Sacri alla storia, dalla matematica alla numerologia. Ce n'era per caricare i fucili di un intero plotone d'esecuzione. Fermai quell'abaco impazzito sull'esile divisione del 'fratto' che ne determina la Stazza Internazionale. Sotto, la 'I' di 'Italia', nona lettera dell'alfabeto, 'nove' come 'figlio', nato dopo nove mesi di gestazione. E poi quel 'diciassette', numero primo, sfortunato per eccellenza, irrazionale come quel tragico gesto paterno. Ma il diciassette è composto da uno e sette, che sommati fanno 'otto'. 'Otto', grazie al Cielo, ancora e all'infinito. La rinascita dopo il dolore. Perché nell'ottavo giorno dopo la creazione è il proclama dell'eternità, la risurrezione di Cristo e quella dell'uomo. Aria zattera di salvezza. Dal Padre al figlio. Aria, cara. Aria a cui ridavo la vita. Aria, strumento per riacquistare la vita.

Avevo passato più di quattro ore a soffrire e a rinascere dentro a tutte quelle cabale e alle loro stupefacenti convergenze ed ero ormai convinta che nulla, in quel percorso, era stato casuale. Nulla, nell'incontro mio e di Aria. Solo io e lei potevamo interpretare tutti quei numeri. Che ne sapevano i vecchi armatori di tutte quelle cabale? Ché forse il nobile Bruzzo o i Marchesi Spinola o il figlio del Generale Santi, che voleva cambiare il suo nome da 'Aria' in 'Oria' per farne omaggio alla moglie, togliendole così per sempre la più piccola particella di ossigeno contenuta in quell''8', avrebbero mai elucubrato sul suo numero velico? Tutt'al più, con le loro vittorie, avrebbero sfatato la leggenda del '17' che porta male. Ma io no, perché era ormai chiaro che Aria, con quel numero velico, mi era stata mandata.

***

Era buio. I ragazzi chissà dov'erano. Nel solito bar con cucina o a fumare davanti al mare. Presi un pezzo di pane, aprii una scatoletta di tonno e stappai uno Chardonnay. "Che follia!", pensai. "Mangiare il tonno in scatola nella patria del tonno e durante la mattanza!". Versai un altro calice. Brindai a mio padre e a tutti quei numeri. Dall'oblò di Acaia vidi Aria ammiccare, uscii fuori, aprii il mio portadocumenti, ne estrassi un santino, presi un pezzo di grey tape e fissai Santa Clelia Barbieri, a cui ero devotissima, sotto la mastra del suo albero.

"Che Dio ci benedica, cara Aria", le mormorai. "Santa Clelia ti proteggerà. Buonanotte".

AIAMOLA E IL VIAGGIO VERSO LA NUOVA VITA

Il sole era già alto quando mi svegliai. Sulle due barche i gesti chiassosi e sicuri dei marinai a organizzare vele, drizze, scotte, cime di traino, a pulire, a sistemare la cambusa. Verso sera tutto era pronto e Marcianò, soddisfatto, ci chiamò su Acaia. Prese una birra dal frigo, si accese una sigaretta, sedette al tavolo da carteggio, le carte nautiche spianate, e iniziò:

"Domattina sveglia presto. Acaia parte con Lillo al comando; io, Serena e gli altri su Aria. Tu, Lillo, rimorchierai Aria fuori dagli ormeggi e dal porto e, appena avremo issato le vele, ci staccherai. Poiché da qui all'Argentario ci sono oltre 400 miglia, faremo cinque tappe: Palermo, Panarea, Stromboli, Capri e Porto Santo Stefano. Se Dio ci assiste, in meno di una settimana arriveremo. È opportuno che le due barche rimangano sempre vicine e che facciamo i turni un po' sull'una e un po' sull'altra, perché su Aria non c'è niente che funzioni e imbarca acqua. Per mangiare un pasto caldo, quando siamo in navigazione, le avviciniamo, e chi è su Acaia passa il cibo agli altri. Comunichiamo via radio sul canale72. Tutto chiaro?".

Tutto era palese per quell'armata di marinai esperti del loro mare e dei suoi venti.

"Bene", continuò Marcianò, "se non ci sono domande, ce ne andiamo tutti a cena con l'armatrice. Fatevi belli picciotti ché stasera festeggiamo il buon esito della prima parte della nostra avventura!".

Levigati come i legni che il mare getta sulla rena, ci infilammo negli unici abiti puliti che ci erano rimasti e ci incamminammo con aura nostalgica per i vicoli deserti dell'isola. Era inequivocabilmente la sera degli addii. Addio al profilo di farfalla di Favignana, ai suoi profumi, ai campi di stoppie che avevano tenuto prigioniera Aria, alle case bianche, al Dottore e alle sue ombre, ai pescatori, ai tonni e al trascorrere lento di quelle benedette giornate.

In quell'ultima cena, oltre alla 'pasta qull'ova di rizzu', ci abbuffammo di bottarga, musciame, 'buzzunagghia' e 'lattume ri tunnu', cucinato in frittura, assoluta e benefica prelibatezza della mattanza. Che del tonno non si butti nulla, come del maiale, in Trinacria è cosa nota e per questo, e per la bontà del pescato, onorammo il tutto con due, forse tre bottiglie di Alcamo bianco e chiudemmo in bellezza con uno speciale Malvasia, alzandoci da tavola con alcuni rondò, pronti a passare l'ultima notte cullati dalla risacca del porto che avrebbe riportato la sbornia alla quiete del ventre materno.

La notte e il mare erano calmi e scuri. Dal pontile guardai le due barche pronte a mollare gli ormeggi verso una nuova vita. Erano al palo come due puledre prima di una corsa: sarebbe bastato lo sparo dello starter e sarebbero volate. Mi ficcai nel sacco a pelo e sprofondai in un bellissimo sonno.

All'alba eravamo già tutti svegli. Acaia si riempì del nostro brioso chiacchiericcio. Qualcuno cantava. Qualcun altro faceva il caffè, chi sistemava i VHF, chi si stirava sul ponte, chi controllava le carte nautiche. Il sole era tiepido e la brezza perfetta per partire. Preparammo con minuziosa attenzione tutte le nostre cose e, come Marcianò aveva disposto, ci dividemmo in quattro su Aria e in due su Acaia, pronti a salpare. Rotta vera 85° verso Palermo. Acaia mise in moto, avanzò, agganciò con cura Aria e la rimorchiò pian piano fuori dall'ormeggio. Dalle due barche rimirammo per l'ultima volta il molo e le colline dell'isola e il silenzio di quel nostro reverente saluto fu rotto dal canto ritmato di una cialoma che, come il canto delle sirene per Ulisse, inaspettatamente ci colse incantando tutti i nostri sensi. "Aiamola", la cialoma della mattanza, il canto consacrato del Mediterraneo, la preghiera che contiene tutte le benedizioni, scandita per noi dagli amici tonnaroti in fila sulla riva, col Rais in testa, a onorare ritualmente le nostre persone, le nostre barche e il nostro lavoro di quei giorni.

"Aiamola e vvai avanti. Aiamola aiamola Gesù Cristu cu li santi. Aiamola aiamola a lu santu sarvaturi. Aiamola aiamola e criasti luna e suli. Aiamola aiamola e criasti tanta genti. Aiamola aiamola Vergini Santa partorienti. Aiamola aiamola".

"Aiamola!", rispondemmo rispettosamente in coro a chi del nostro segreto aveva compreso tutto.

MARE APERTO

Su quel canto immortale Aria alzò le sue vele. Si staccò da Acaia, forte ormai di poter navigare anche da sola, e senza più né cime né legami prese la via del mare aperto.

La 'Farfalla' volò via dall'orizzonte e il suo ricordo fu per noi come l'isola che non c'è.

Benché Aria avesse un sacco di problemi e imbarcasse non poca acqua, che sgottavamo fuoribordo un po' con pompe di fortuna, un po' col secchio, teneva bene il mare e, anzi, si divertiva a dare filo da torcere ad Acaia. In certi laschi e nelle boline era nettamente più veloce.

A bordo c'era quell'atmosfera rarefatta e serena, un misto di avventura e di magia come nei 'Quaranta Ruggenti' di Vito Dumas e noi ci sentivamo come lui, e lei, in un certo senso, come il Lehg II.

Marcianò procedeva fiero al timone e noi stavamo lì ad auscultare ogni più piccolo rumore della barca. La guardavo scivolare nell'acqua. Sapeva tutto di quell'acqua lei e di come navigare. Non aveva bisogno di nessuno, solo di essere accompagnata al suo destino. Nicola estrasse dallo zaino un'armonica e iniziò a suonare. Quella sì che era vita, e non c'è davvero nulla da aggiungere.

Passato San Vito Lo Capo, in serata, arrivammo in vista di Palermo. A Capo Gallo il vento aveva rinforzato costringendoci a cambiare le vele e il punto scotta sui carrelli che nel frattempo si erano sollevati insieme a qualche tavola della coperta impedendoci di fissare bene le cime. Imbarcammo altra acqua.

L'AMICA LYCEA E I FASTI DEL PASSATO

Riparammo nel piccolo porto dell'Arenella. Fu lì che Aria rivide Lycea, l'8 metri Stazza Internazionale del 1928 costruito dal suo stesso cantiere, Ugo Costaguta di Genova Voltri, e regalato, prima di lei, al suo stesso armatore, Benedetto Bruzzo, per il suo diploma liceale. All'epoca in cui Aria nacque, il 2 gennaio 1935, Lycea era già stata venduta ad altro proprietario e aveva da poco cessato la sua carriera di regate internazionali. Bruzzo l'aveva sostituita con Aria perché, come aveva detto il Dottore, desiderava una barca da vento, forte di lasco e di bolina, e in nome di quel vento l'aveva battezzata. Le due amiche si rividero solo dopo la guerra, a Napoli, quando, in custodia presso gli Yacht Club partenopei, iniziò la seconda parte della loro vita. Regatarono ancora, anche insieme, ma in regate minori, organizzate a livello locale.

Quel porticciolo sotto la montagna di Villa Igea era una caramella sotto le stelle. Non c'erano luci di banchina, né rumori, né alcuno che girasse nei suoi paraggi, ma solo il dolce suono dell'acqua che carezzava gli scafi.


In quella penombra Aria vide una sagoma familiare e tentò un approccio.

"Psst! Ehi! Sei un 8 metri Stazza Internazionale? Mi sembri Lycea... Ti ricordi di me? Sono Aria!".

"Aria! Che bello rivederti! Sì, sono Lycea, sono anni che non ci si incontra! Che ci fai qui?!".

"Belìn, Lycea, come sei combinata! Sei quasi più sott'acqua che sopra!".

"Sì, sono a pezzi, sto male, malissimo. Non c'è nessuno che, mosso dall'amore o da folle passione, si prenda cura di me. Sono ormeggiata qui da tempo, incartapecorita dal sole e protetta solo dall'acqua, la chiglia piena di denti di cane, un canchero di motore come una supposta nel culo che puzza e sputa gasolio nella mia pancia un tempo immacolata!".

"Belìn, ma che linguaggio! Non ti ricordi chi sei e da dove vieni? Chi ti ha insegnato a parlare così?".

"Tutti questi anni nei bassifondi! Minchia, ma mi vedi?".

"Ti vedo eccome! Non hai più la poppa, ma in compenso ti hanno messo tutti quei candelieri con le draglie! Belìn! Mi sembri un apparecchio ortodontico!".

"Smettila! Sono già abbastanza avvilita! Sono come abbandonata e me ne chiedo il perché. Anzi, di perché me ne chiedo tanti... visto che a tante di noi hanno cambiato i connotati! Per esempio, che c'entrano tutti questi inutili orpelli e perfino il motore con quelle come noi!? Noi che siamo nate per le regate, una razza a parte, coi nostri legni pregiati, le nostre linee superbe e i nostri corpi da atlete! Noi che siamo vissute in un mondo aristocratico e lo abbiamo onorato con tutte le nostre vittorie! Lo vedi, sono mezza affogata! I miei bei legni sono marciti, la mia pelle, un tempo bianca, è ora piagata dal sole e dal salmastro e nessuno si rende conto della mia storia, di chi sono stata, di quante nobili mani di artigiani siano state impiegate per costruirmi, altro che Mastro Geppetto e Pinocchio e la Fata Turchina! Io che come te ho sempre pensato di essere eterna, almeno come memoria, e di rappresentare gli alti valori della storia nautica! Ma mi vedi? È come morire ogni giorno un po'. Quest'agonia mi uccide e ancor peggio, mi annoia. E tu come stai? Mi dispiace dirtelo, ma anche tu hai un aspetto atroce! Ti trovo strana... invecchiata. Ma chi ti ha messo tutta quella roba addosso, motore compreso?".

"Eh, cara! È una storia lunga! Dopo i bei fasti degli anni Trenta ne ho viste anch'io di tutti i colori. Da più di vent'anni vivo costretta in questo busto di plastica che mi consuma, lento come un carcinoma, ogni giorno sempre di più. Sono stata anche prigioniera in un campo a Favignana, sai? Ma ora, per fortuna, mi sono innamorata di un'armatrice che ricambia i miei sentimenti e mi sta portando a restaurare in una clinica di lusso per rimettermi in condizione di vivere e regatare come un tempo. A dire il vero io e lei ci siamo incontrate per un destino preordinato, una roba da angeli custodi... Sarebbe lunga da spiegare... Insomma... tra me e lei c'è stato subito un feeling speciale".

"Ne sei sicura?".

"Sì".

"Stai attenta che sia sincera e ancor più attenta a quelli che chiamano restauri! Stando qui, in porto, ne vedo e ne sento di cotte e di crude. Gente che compra barche come noi e le riadatta, spendendoci anche soldi, ma montandoci sopra freddi alberi in alluminio o in carbonio, sai quella nuova fibra con cui si fanno i barcoidi oggi? E poi magari li ricopre di legno fingendo il nulla, come gli innesti di memoria nei replicanti di Blade Runner!".

"Accidenti! Non conosco questa fibra... carbonio".

"Per forza! Hai vissuto su un campo di un'isola sperduta per una vita! È una fibra che ha superato la vetroresina e con cui si fanno anche le barche di Coppa America. Io starò affogando, ma stando qui di nautica moderna ne mastico! Ti dicevo... solo per il gusto di vincere le regate, certi armatori non fanno restauri filologici, ma falsi storici e i cantieri per vil pecunia sono consenzienti! Se ne vedono d'ogni, credimi! Vecchie signore del mare come noi con potenti motori ausiliari, frigoriferi, lavatrici, circuiti elettronici degni della NATO e verricelli auto avvolgenti! Persone ignoranti che sarebbero pronte a fare perfino un'operazione di liposuzione al ventre della Venere di Botticelli, per il solo motivo che oggi le donne devono avere la pancia piatta per il bikini e vestire audaci minigonne! Ecco, a noi può accadere lo stesso!".

"Davvero?".

"Per non parlare poi di certe cose che succedono anche in isole qui vicino: barche da pesca, fiore all'occhiello della nostra marineria, che gareggiano con bulbi posticci come parrucchini montati sotto l'opera viva! E tutto per che cosa? Per una cavolo di coppa neppure più d'argento! Ah! Cara la mia Aria! Ma ti ricordi i bei tempi delle nostre regate? Ti ricordi le enormi coppe d'argento decò e il fair play in mare? Con tutti quei nobili! Nobili veri, non arricchiti! E quei marinai così educati e premurosi! E quei campioni, come Leone Reggio, Max Oberti - lo adoraaavo! - , gli Yachtsmen in giacca blu e bottoni d'oro e gli ombrellini di trine delle signore e i cannoni che davano il via alle regate e lo champagne a fiumi! E le buone maniere, l'educazione e la sensibilità! Che nostalgia! Oggi non sanno neppure cosa siano queste parole: è solo schiuma, ma di acqua non se ne muove più!".

"Mi ricordo... mi ricordo! Erano i tempi in cui D'Annunzio aveva scritto: "Alla vela! Alla vela! Ecco la più graziosa e luminosa barca della vostra serenata, una coppa di smalto ov'è figurato l'occhio dell'orbo veggente. Vocat iam carbasus auras". Vuoi dire allora che oggi non c'è nulla di vero? Che tutto è finzione?".


"Esatto. È così, un teatro con attori da reality e copione identico per tutti. Non voglio mica disilluderti, ma anche le regate non sono più come allora. Le sento io le barche parlare, anche in modo scurrile, in questo porto... Tutto è solo per danaro, altro che per lo sport! Niente a che vedere con quegli anni. Un mondo, oserei dire, di volgari - da vulgus - mercenari!".

"Ah be', quanto a questo... ci sono già passata, sai? Forse tu non ti ricordi, ma fui a Genova Sturla per le selezioni olimpiche del 1936 di Kiel. Ero la punta di diamante della flotta dei mitici '8', se non che, dopo la prima regata, decisi di ritirarmi perché avevo capito che i metodi di selezione erano praticamente... induttivi!".

"Induttivi?".

"Certo, come dissero i giornalisti dell'epoca, i dati con cui i commissari selezionarono le barche erano 'induttivi', insomma, non era ufficiale, ma ci doveva andare Italia alle Olimpiadi, come del resto scrisse, quando io mi ritirai, l'unico cronista con le palle che io abbia mai conosciuto sulla rivista "La Vela e il Motore" dell'agosto 1936. Ricordo ancora quello stralcio di articolo: Non si sa perché Aria si sia ritirata subito quando non si poteva comprendere tra tutti se vi era un concorrente veramente superiore o inferiore... avrà capito l'antifona!".

"Ah sì! Mi sembra di averlo sentito dire! Tanto che, se non ricordo male, pare che anche Bona del Duca di Ancona, pur essendo arrivata poi prima alle selezioni, non sia stata scelta per ragioni... 'politiche'!".

"Esatto! Vedo che l'acqua non ti ha annaffiato i ricordi, vecchia mia!".

"Ecco, oggi è così e anche peggio! E mica per gare importanti come le Olimpiadi! Se posso darti un altro consiglio, prima di iniziare il tuo restauro, scegli bene il tuo architetto e domandagli: "Hai veramente capito chi sono io e cos'è un restauro filologico?". Di architetti in gamba ce ne sono pochi! E molti che si fanno chiamare... progget.. progget... minchia...! Quella parola inglese... sì, project manager! Beh, non hai idea! Millantano esperienza e non sono capaci neanche di ricostruire un pezzo perduto o di riconcepire un piano velico! La cosa divertente è che riescono a vendersi a peso d'oro anche senza fare uno straccio di disegno! Me li ricordo io gli architetti quando ci disegnavano con tutta quella cura... Noi uscivamo bellissime e i loro disegni erano quadri d'autore! Talvolta, credimi, è meglio un buon maestro d'ascia appassionato, sarà più grezzo, ma almeno lavora con provata esperienza! Sai cosa credo? Che dovrebbero farci patrimonio dell'Unesco a noi che abbiamo scritto tutte quelle pagine di storia e che abbiamo dato il via alla navigazione moderna! Pensa solo al Genoa: è solo grazie alle metriche che oggi tutti usano questa vela! Ma nessuno la sa la storia! E anche chi la sa il più delle volte se ne frega! Pensa che quelle vive di noi le chiamano per consuetudine 'barche d'epoca'! Di quale epoca, mi verrebbe da dire?! Noi siamo la Storia con la 'S' maiuscola, la storia epocale, ma non l'epoca! Dammi retta, cara Aria, oggi è un mondo con alfa privativo greco a 360°: lo posso ben dire io che mi chiamo Lycea!".

"Senti Lycea, capisco la tua condizione, ma non buttarmi così giù di morale. Ho ripreso il mare da un giorno e sono così felice! Pensavo anch'io di non farcela, sai? Pensavo anch'io di morire e per di più sulla terra! Ma nella vita, prima o poi, accade qualcosa di buono e nel mondo degli uomini si trova anche chi ha la giusta sensibilità per comprendere chi sei, si trova chi ti dedica tutte le sue energie e riesce a darti amore totale. Magari un giorno succederà anche a te!".

"Belìn! Ma io ti sto parlando di energia positiva e amore che combattono ogni male! Anche se fosse così come tu mi dici, sappi che io non mi tirerò indietro e, per quanto la conosco, neppure la mia armatrice che, a quanto so, vuole fondare addirittura un'associazione a me ispirata con cui salvare tante come noi".

"Armatrice? Associazione? Aspetta, aspetta... allora ho capito chi è la tua armatrice! Ha cercato di camminare sulla mia coperta circa due mesi fa. Era con un tizio biondo, bell'uomo, a parte un po' di rughe, mi pare si chiamasse Federico e parlavano proprio di queste cose. Adesso ho capito! Stava facendo il giro degli '8 metri' vivi per decidere quale acquistare!".

"Sì, ma non essere così riduttiva, però! Lei desiderava un '8m SI' e ne ha visto qualcuno, anche Italia, che ora è di un famoso tabaccaio di Napoli, ma il fatto che abbia scelto me, credimi, è stata solo un'inconsapevole questione di... numeri!".

"Vabbe', vabbe'... spero per te che questa donna ti ami davvero!".

"Ne sono sicura, lo sento".

"E allora... in culo alla balena a entrambe! Vedrai quante lotte contro i mulini a vento vi aspettano!".

"Fammi ritornare in gara e vedrai che combatterò per la giustizia! E poi le vittorie, cara Lycea, si conquistano in mare!".

"Così dovrebbe essere, cara mia... Beata te che hai ancora voglia di crederci e hai tutte queste energie per lottare! Io, tutto sommato, preferisco stare qui nel mio oblio. Buona fortuna, gioia mia!".

"Buona fortuna a te Lycea e coraggio! Non smettere mai di avere fede! Magari andrà bene anche a te e ci si rivedrà sui campi di regata moderni!".

"Chissà...".

Questo fitto parlottio durò quasi tutta la notte.

"Avete finito voi due? È tardi! Ci fate dormire? E poi, porca miseria, un po' di rispetto anche per noi vetroresinate! Tutto quello che dite è sacrosanto, ma ricordate che noi siamo la vostra evoluzione! Su! Ora dormite che domani dobbiamo riprendere il mare e Aria non mi sembra al massimo della sua forma! Buona notte", sbottò dal suo ormeggio Acaia.

LE ISOLE EOLIE E IDDU

Anche il vento si era calmato. A Palermo avevamo sbarcato Nino, rimanendo così in tre su Aria, pronti a salpare di nuovo, rotta vera 72° verso Panarea. Ottantacinque miglia da percorrere. Aria imbarcava acqua dalla chiglia e dalla losca del timone.

Ci arrivammo dopo il tramonto, nell'isola dei vip, sgottando a più non posso fino a Baia Milazzese. Ormeggiammo le due barche alla ruota e decidemmo di riposare come si deve per più di qualche ora. La mattina seguente sbarcò anche Nicola, ed essendo rimasti in quattro, Mario stabilì:

"Ragazzi, sbrighiamoci a fare colazione e poi partiamo. A Stromboli sono 12 miglia, una tappa breve che facciamo perché Serena vuole andare a Ginostra a trovare Don Diego. Poi ci restano molte miglia da percorrere e non così tanti giorni per arrivare a Porto Santo Stefano.

Lillo mantiene il comando di Acaia: col pilota automatico ce la può fare anche da solo. Noi tre stiamo su Aria, ogni miglio che facciamo si staccano sempre più pezzi e si imbarca sempre più acqua. È più prudente così".

Arrivare a Stromboli fu un soffio. Lo vidi sbuffare da lontano, il 'mio' vulcano nero.

Gli strombolani lo chiamavano "O' Struògnoli", ma nei giorni in cui era più violento si rivolgevano a lui con reverenza. "Iddu", dicevano, riconoscendogli un potere quasi divino. Le sue 'cannonate' e la sua incontrollabile natura erano abitudine quotidiana per chi da quelle parti c'era nato e per un paio di estati, i primi anni dopo la morte di mio padre, ogni notte, sono andata a nuotare sotto le sue radici. Mi facevo portare dal gozzo di 'u Toni, un vecchio pescatore, là dove il raggio bianco della luna, come un'enorme lampara, rischiarava il blu di quell'abisso.


Davamo àncora sotto la sciara di fuoco, nel punto esatto in cui la colata di lava sfociava in mare, Toni accendeva in silenzio il tizzone del suo sigaro, io gettavo tutti i miei pensieri dentro a quel fiume di fuoco, li guardavo bruciare e scendere pian piano fino al mare. E là mi tuffavo. Nuotavo fino a quando ero sfinita, ripescavo i pensieri inceneriti e li riportavo a riva smacchiati.

Era una sorta di purificazione pagana, naturale antidoto alle mie lacerazioni interiori.

Dio solo sa di che amore totale e sommesso sia stato capace mio padre. Come in quell'intima dedica, datata 18.XI.73 segretamente riposta dietro a un quadro regalatomi per il mio quindicesimo compleanno e ritrovato solo anni dopo, nel preciso momento in cui ho iniziato a scrivere questo libro.

A Serena Tu ed io.

Tu ed io nascosti dietro una tela e ritrovati sopra una vela.

GINOSTRA E LA FEDE

Quella sera al sacro ballatoio c'ero anch'io e, mentre aspettavo il momento cruciale in cui il sole avrebbe salutato la terra, una voce mi chiese di entrare in chiesa. Mi girai di scatto. Non c'era nessuno. Feci un passo verso il sagrato e un uomo, che mi ricordo enorme, mi si parò davanti, pantaloni e casacca di garza bianca, e mi chiuse il portone in faccia.

"Chi è costui?!", pensai, "che si permette di chiudermi in faccia la porta di una chiesa?".

La mattina seguente, di buon'ora, mi feci riportare a Ginostra da 'u Toni. Percorsi la salita di ciottoli bollenti fino alla chiesa, entrai, mi feci il segno della Croce, mi inginocchiai sotto l'altare abbandonato e, mentre osservavo l'oblio attorno a me, vidi l'uomo alto e robusto, col suo abito di garza bianca, che si avvicinava zoppicando.

"È lei che ieri sera mi ha chiuso la porta in faccia?", gli domandai.

"Sì".

"Sono venuta qui oggi appositamente a cercarla. Mi dica, perché l'ha fatto?".

"Mi chiamo Don Diego Lamaro, discendo da una nobile famiglia di Salina emigrata in Australia, sono il parroco di questa misera comunità", replicò con accento siculo-anglosassone, gli occhi grandi come il mare incastonati in un volto privo di capelli.

"In questo posto i parrocchiani si contano sulla punta delle dita di una mano e nessuno qui viene più a raccomandarsi a Dio. Chiudo la chiesa a chiave perché i turisti la notte forzano la porta e la usano per dormire e per pisciare. Ormai non penso più che qualcuno abbia voglia di pregare. Follow me, please".

Mi portò in giro attraverso il degrado di quel santo luogo, dal campanile alle fondamenta, dall'organo alle navate, dall'abside alle travature, il tetto, che era un colabrodo, e le statue dei Santi divorate dalla salsedine e dallo iodio.


Ci sedemmo nella sua umile cucina di mattonelle bianche, stufa a carbone, una padella appesa sulla cappa e due cucchiai di legno che oscillavano a ogni soffio di scirocco. Sconfortato, appoggiò uno zibibbo, due bicchieri di vetro decorati e due biscotti sul suo tavolo di formica rossastra.

"Li mangi, li ho fatti io".

Iniziò a raccontarmi della sua vita e della sua famiglia, parlava con nostalgia dell'Australia, mi diceva dei koala, di suo nipote skipper, del suo smisurato amore per il mare e di quanto avrebbe desiderato comandare una grande nave. Ci dilungammo a parlare dei nostri dolori, della grandezza di Dio e delle miserie umane.

"Desidero fare qualcosa per la sua parrocchia", gli dissi.

Silenzio.

"Desidero lasciarle un'offerta", replicai.

"Faccia pure", mi rispose con rassegnata noncuranza mentre riponeva piatti e bicchieri nel lavatoio.

Testarda come un ariete, estrassi il libretto degli assegni e la mia penna, guidata dalla stessa voce della sera prima, scrisse da sola la cifra. Porsi l'assegno a Don Diego insieme al mio biglietto da visita. Non li guardò nemmeno. Gli chiesi in cambio una Messa per mio padre ogni 17 luglio di ogni anno, anche se non ci fossimo mai più rivisti. Prese la penna e segnò sul calendario.

Lo salutai con una stretta di mano, chiamai 'u Toni e mi feci riportare indietro.

Qualche mese dopo mi arrivò una lettera, mittente 'Rev. D. Lamaro, Parrocchia di S. Vincenzo Ferreri, 98050 Ginostra di Lipari (ME)':

"Dear Serena,

Please excuse the fact that this short, but sincere, note of thank is written in English. I was quite stunned when I looked at the amount of money indicated on the cheque! ... Shall inform the Bishop (Francesco Micciché of Messina) of your generous donation. ... A first Holy Mass for your dear father, Ernesto, will be celebrated, here, tomorrow morning. ... My God bless you and keep you always.

Your brother in Christ, Diego Lamaro".



Quella lettera me la scrisse in agosto, e agosto è l'ottavo mese dell'anno.

A essa ne seguirono molte altre, epistole di eterna gratitudine e amore fraterno in cui mi confidava di essere finalmente tornato al comando della sua Nave. Me lo immaginavo io, Don Diego, svegliarsi dal suo eremitaggio, riporre con inusitato ottimismo il suo vestito di garza, sbarbarsi, estrarre dall'armadio impolverato il vecchio abito talare e correre a Messina più veloce dell'aliscafo a rendicontare ogni cosa all'Arcivescovo! Con quell'offerta non solo si poteva restaurare l'affresco del Santo Patrono, ma caricare la molla necessaria a scuotere tutti dal loro torpore.

Così avvenne, come nei libri di Guareschi, e devoti, atei e miscredenti si unirono tutti in nome di Dio per ricostruire San Vincenzo.

Quando io e il comandante Marcianò vi approdammo, tre anni dopo, ci trovammo dentro a un miracolo: tutto era lindo e perfetto e di nuovo santo. Mancava solo la tela di San Vincenzo Ferreri, il cui restauro terminò nell'autunno di quell'anno, come gioiosamente mi aveva notificato Don Lamaro in una lettera del 7 novembre 1998.

Io e Mario prelevammo letteralmente Don Diego, che camminava a fatica per il suo serio e annoso problema alla gamba, lo caricammo di peso sul gommone, la tonaca nera al vento, e lo portammo su Acaia a mangiare il tonnetto col sugo e i capperi che Lillo aveva pescato in navigazione e, nel frattempo, cucinato. Benvenuto fu quel tonno! Quando fummo sazi, il sacerdote impartì la sua benedizione a noi e alle due barche e tornò in pace alla sua Nave.

Fu l'ultima volta che lo vidi. Neppure due anni dopo mi cercò suo nipote. "Ciao, Serena, sono Gianluca Lamaro, il nipote di Don Diego di Ginostra, non ci conosciamo personalmente, ma di te e delle tue vittorie con Aria so tutto, un po' da mio zio, un po' dai giornali. Complimenti!".

"Grazie, molto piacere! Anch'io ti conosco, per fama e per... tuo zio!".

"A questo proposito, Serena, devo parlarti. Mio zio è mancato circa un mese fa e mi sento in dovere di dirti quali belle cose abbia lasciato scritte per te. Dobbiamo incontrarci".

"Come... è mancato?!".

"Il cuore, Serena. Ha ceduto e i soccorsi non sono arrivati in tempo".

"Capisco, Gianluca, va bene, vediamoci presto", replicai prorompendo in un pianto senza fine.


Conobbi l'amabile Gianluca, per tutta una cena parlammo di suo zio e della Vela e, alla fine il plurititolato skipper mi disse: "Ecco, Serena, Diego ti voleva molto bene e mi ha lasciato scritto di dirti che il tuo animo è così pulito che devi stare attenta al mondo degli uomini, perché esso è pieno di squali più del mare, che devi smettere di fumare e che il suo cuore è pieno di gratitudine per te. Lo so, sai, quanto lui tenesse a te. Me lo scriveva sempre".

La realtà è che col mondo degli umani continuo a combattere, che non ho mai smesso di fumare, ma che ricorderò per tutta la vita il casto e solerte amore che questo sacerdote marinaio ha avuto per la mia persona e la mia anima.

ROTTA VERSO L'ARGENTARIO

Ci rimettemmo in navigazione. 125 miglia, rotta vera 337° dritti su Capri. L'addio a Ginostra fu coronato da un branco di delfini che per più di un'ora giocarono attorno alle nostre barche.

Solcavamo il mare in fila indiana, comandando un po' Acaia, un po' Aria e quando il vento mollava ci facevamo trainare da Acaia.

Quella notte fu dura per tutti. Per Lillo da solo e per noi che ci trovammo allagati in sentina con l'acqua alla cintola e ci svegliammo fradici con tutte le nostre cose a mollo. Finalmente, al tramonto del giorno seguente, doppiammo i Faraglioni ed entrammo nel porticciolo di Marina Grande. Ci concedemmo una cena come si deve in Piazzetta e, come Endimione, ci abbandonammo a Ermione per un lungo sonno. Ancora due giorni e 180 miglia.

All'Argentario ci arrivammo dopo una lunga ed estenuante galoppata sotto il sole a colpi di raffiche e terzaroli, facendo i turni al timone.

Federico era sulla banchina ad aspettarci col suo amato cane Pippo.

"Bravi. Mi avete portato la bambina sana e salva", disse.

"Senza altri danni", aggiunsi.

Pippo nel vedermi scodinzolò felice e iniziò con i suoi borbottii. Era una cane marinaio, in barca ci andava spesso e poteva ben capire che eravamo reduci da una dura, appagante esperienza.

Il giorno seguente fu dedicato alla pulizia delle due barche.

Aria ringraziò Acaia per tutti quei servigi che le aveva reso e mano nella mano si misero a guardare il tramonto dall'ormeggio.

Per Marcianò e compagni era tempo di partire. Il loro, a me e ad Aria, non fu un addio, perché quell'appassionante vicenda, di cui tutti per un motivo o un altro avevamo fatto tesoro, aveva unito per sempre le nostre vite.

LA PRIMA REGATA

Fu stabilito che i lavori su Aria sarebbero iniziati nel primo autunno e che, siccome a luglio ci sarebbe stata una regata del circuito delle vele d'epoca, Aria poteva tentarne la sorte, se non altro per valutare la tenuta dello scafo sotto sforzo e mettere pornograficamente a nudo tutti i suoi cedimenti strutturali. Acconsentii dubbiosa, non perché mi importasse di una probabile debacle sportiva, ma perché avevo seriamente timore che potesse succederle il peggio. E invece non fu così. Non solo Aria, pur perdendo qualche pezzo, resse ai colpi di mare ma, fra le trentasei barche che parteciparono a quel Trofeo, presente anche l'olimpionico 8m SI Italia, dello stesso cantiere di costruzione di Aria ma classe 1936, lei ebbe incredibilmente la meglio, nella loro categoria, perfino sulle barche fresche di restauro. Forse era tutta opera di Santa Clelia, o merito della passione del nostro improvvisato equipaggio, o dei favori del vento, o della velocità con cui - a mano - sgottavamo dalla sentina i litri e litri d'acqua che ci annaffiavano come un ciclone. O forse della grande capacità di Simone Bianchetti che sfidava le onde come la vita. Me lo ricordo io, anche ora che non c'è più, con i suoi generosi eccessi che contraddistinguono tutti noi che siamo nati in terra di Romagna.

Fatto sta che ci trovammo sul palco, sul gradino più alto del podio.

La sera, in banchina, riprese il cicaleccio tra le barche. Questa volta fu Italia ad attaccare discorso con Aria: "Aria! Uè'! Sìent' mmé!".

E Aria, orgogliosa della sua vittoria: "Dimmi, cara Italia!".

"Me bbuo' spiegàr comm aie fattò a vincèr ca' si na' chiavicà e me l'hai fattà propeto a me ca' tengò San Gennàr sempe cu me?!".

"Belìn! Non so che dirti! Avrò vinto... per 'induzione', come tu alle selezioni olimpiche del 1936!".

IL RESTAURO. ALLA RICERCA DELLA VERITA'

Aria, come da programma, fu ricoverata nella sua clinica di lusso e iniziò la sua chirurgia strutturale ed estetica sotto la direzione di signori professori e del buon Federico con tutto il suo Cantiere appresso. Maestri del legno, d'ascia, carpentieri, meccanici, falegnami, pittori, come un'equipe di specialisti tutti coi loro camici bianchi e le loro mascherine che entravano e uscivano dalla sala operatoria chi con bombole d'ossigeno, chi con stufe per piegare le ordinate, chi smontando e ricucendo, chi dicendo "questo pezzo è integro" o "questo è da cambiare".

In tutto quel costoso andirivieni, per non assistere anche alla mia rianimazione, decisi di mollare il colpo e mi misi a scandagliare tutta l'Italia alla ricerca delle prove storiografiche della vita passata di Aria. Documenti, disegni, foto e tutto ciò che potesse essere di apporto sia per ricostruire la barca conformemente all'originale, sia per scrivere un libro sulla sua storia, produrre un video a tema e allestire una mostra. Furono mesi di viaggi, archivi, biblioteche, studi e interviste. I piani costruttivi e quelli velici, salvo il certificato di stazza originale, fu inutile cercarli: chi diceva che non c'erano più, chi raccontava che erano nelle segrete di uno dei più importanti Yacht Club italiani, ma che non ce li avrebbero mai dati. Chi pensava fossero nel vecchio cantiere di costruzione della barca, chi addirittura se li ricordava in un antico baule a casa di vattelappesca chi, donato a tizio per volontà di caio.

Bando alle emozioni, alla fine non ci fu nulla da fare: chi non aveva non aveva, chi aveva non scuciva! O così almeno mi fecero capire.

Dopo aver girato quasi inutilmente tutta la Liguria, decisi di partire per Napoli. Fu là che, all'antico e regale Circolo dove Aria aveva dimorato dal 1950 ai primi degli anni Sessanta, con la galanteria di un tempo e il caloroso abbraccio partenopeo mi si spalancarono tutte le porte. Grazie a un colto ed entusiasta presidente, misi mano a tutto l'archivio storico del Reale Yacht Club Canottieri Savoia trovando quanto mi serviva per proseguire il mio lavoro. Questo al presidente Dalla Vecchia io e Aria glielo dobbiamo, tanto che, per gratitudine, lo nominammo padrino a tutti gli effetti della manifestazione del varo che si sarebbe svolta in pompa magna il 23 maggio 1999. Quanto accadde poi tra noi molti anni dopo, per questioni 'induttive', fu circostanza sigillata in una lettera che a malincuore rassegnava il definitivo saluto mio e di Aria al molo di Santa Lucia. Ma questa è tutta un'altra vicenda.


Ciò che raccolsi a Napoli mi permise di ricostruire tutto lo scibile su Aria, di acquisire documenti inediti e di intervistare anche Michele Esposito, il suo vecchio e amorevole marinaio. A Cinecittà, negli archivi dell'Istituto Luce, rinvenni nei cinegiornali dell'epoca i filmati originali di Aria in regata e, con in tasca tutto quello che avevo racimolato, mi trasferii in Maremma a lavorare attorno al mio progetto che prevedeva anche la fondazione di ARIE, l'associazione culturale destinata alla salvaguardia delle barche di valore storico.


"Meglio delle donne!", diceva sempre con rimbrottante scherno a Carlo, il latin lover del cantiere, di professione carpentiere, col volto come l'uomo coi baffi della Birra Moretti, gli occhi buoni ammaliati di furbizia, dietro cui celava tutti i suoi segreti.


"Accipicchia!", pensai. "Proprio come un tempo!".


E mentre lo accomodavano nella saletta antistante la cucina, io fui avvicinata da uno dei molti aristocratici presenti, uno di quelli che se non hanno l'erre moscia di natura se la inventano per essere ancora più snob.

"Signora, sarebbe interessante che dopo il restauro lei iscrivesse la sua bella barchetta a questo titolato Yacht Club! Certo... occorrerebbe vedere la sua denuncia dei redditi! Non solo, ma, ammesso che lei ce l'abbia, quante palle eventualmente porta sulla sua corona!".

Lo guardai inorridita. Avrei voluto rispondergli che le palle oltre che sulla corona le avevo da qualche altra parte, ma poiché sono una signora mi sembrò inutile fermarmi a discutere con una persona così 'distinta' e mi fu più confortevole porgergli la mano e salutarlo con un sorriso: "Sono la contessa Galvani, discendente di Luigi Galvani, quello delle rane, sa? Grazie per la bella giornata. Arrivederci".

Me ne tornai felice tra i 'blasonati' cinghiali - roba DOC, quella! - della selvaggia Maremma a preparare il varo della mia adorata Aria, mentre Pippo, che nel frattempo si era follemente innamorato di me, aveva deciso di abbandonare il cantiere per supportarmi nella mia sfida contro il tempo che mi separava dall'attesissimo giorno della riconsegna di Aria alla sua nuova storia.

IL VARO

Gli otto mesi impiegati per il restauro della barca furono rapidi come un treno in corsa. Io a scrivere, lui a mugugnare sdraiato accanto a me con le zampe anteriori incrociate l'una sull'altra come un lord inglese. Contavamo le ore che ci separavano dalla fatidica giornata del varo e quegli ultimi giorni li passammo anche ad allestire il cantiere per il grande evento. Le notti a verniciare la falegnameria, futura sede della mostra sul restauro di Aria, le giornate a preparare gli inviti, ad attaccare i pannelli della sua rinascita, a infiocchettare le copie del suo libro, concepito come un quaderno di scuola dall'aspetto retrò, omaggio per ciascuno degli oltre trecento ospiti attesi. Ogni minimo particolare fu curato al massimo, dalla benedizione al prorompente catering, comprese perfino le etichette 'Aria' e '8-I.17' per le bottiglie di vino bianco e rosso offerte da una nota azienda agricola locale di proprietà di un ramo della nobile famiglia dei marchesi Spinola a cui Aria era appartenuta dal 1939 al 1950.

La mattina del 23 maggio lo scalo si riempì di un oceano di gente sbarcata da tutte le regioni d'Italia per ammirare quella barca resuscitata.

All'appello avevano risposto tutti, le autorità, i giornalisti, il cantiere con mogli e figli, i marinai, i buoni e i cattivi, gli amici e i rivali, gli appassionati e i superficiali, quelli che avevano orecchie per sentire e quelli che in una vita non avrebbero mai udito nulla. Insomma, i chi per amore, i chi per piacere e i chi per dovere.

Aria era lì, lucidata come una star sotto i riflettori, col suo invaso fiammante, il nobile portamento recuperato, l'aspetto sereno, di nuovo perfetta e immacolata. Bella come una sposa nel suo grande giorno, col suo bouquet di eleganti peonie rosa, pronta ad ammarare verso la sua nuova e secolare vita.

"Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo...". Con la preghiera dei giusti alle 11,30 precise il sacerdote la ribattezzò, la comunicò e la cresimò, aspergendola con la commozione degli onesti inchinati davanti a quell'atto d'amore.

La grande gru agganciò la barca, la sospese nel vuoto e la ripose per sempre nel mare senza tempo. Tu ed io si erano finalmente congiunti nel loro immortale destino.

Il suono acuto delle sirene, i gran pavese a festa e i traboccanti spruzzi di champagne fermarono l'attimo in cui, dopo la sacrale benedizione, Aria aveva toccato l'acqua, accompagnata dal fragoroso e solenne plauso di tutto quell'oceano di gente.


Favorita da un buon vento di Maestrale, la bella signora principescamente aprì i suoi settantasei metri quadrati di vela e riprese a giocare con le correnti e le brezze. Poi ci furono i flash, le portate luculliane e l'enorme torta di frutta con il grande '8-I.17' di cioccolato e l'allegria della festa si mischiò alla musica del mare. Tutto finì due ore dopo il tramonto, proprio come in una trionfale celebrazione.


Il piazzale del cantiere era ormai deserto. Un uomo distinto si avvicinò e mi porse un foglietto.

"Sono Carlo Alvisi, professore di neurochirurgia all'Università di Bologna. Questo è per voi. Grazie per la splendida e inusuale giornata".

Aprii curiosa quel foglio stropicciato e lessi ad alta voce, perché Aria potesse sentire:


Un tempo le donne piangevano alla partenza di una barca, temendo per lei
pericoli in mari lontani e non sicuri ritorni.
Un tempo le barche dalla terra scivolavano nell'acqua accompagnate da grida beneauguranti
e anche di sollievo per la fine di un'impresa.
Il vento quindi completava la realizzazione del progetto spirando nelle vele.
E la barca cominciava la sua vita in equilibrio fra acqua e Aria e terra.
Invece quel giorno il pianto era di gioia, mista di commozione per un atteso
ritorno e per una desiderata partenza.
La barca si sollevava nell'Aria come un'idea dominante, un sogno, una speranza.
Il mare attendeva calmo questa creatura rinata per lui, espressione di volontà,
frutto di amore, progetto di vita. La gioia per l'attesa soddisfatta ha coinvolto tutti,
sia chi aveva lavorato alla realizzazione del progetto, sia, e forse ancor di più, chi osservava e partecipava
al rito ancestrale della glorificazione di coloro che portano a termine una impresa difficile.



Era ormai buio. Guardai Aria sotto quel manto di stelle. Il suo riflesso e il mio si congiunsero nell'acqua.

"Ci vediamo domani, piccola", le dissi. "Grazie per avermi salvato la vita".

"Grazie a te, Serena", mi rispose con un dolce sorriso.

Mentre uscivo dal cancello del cantiere, mi voltai indietro e la vidi borbottare con Pippo.

"Pippo! Per favore vieni qui, devo parlarti!".

Pippo drizzò le orecchie: "Dimmi, che c'è?".

"Devi farmi un piacere. Vedi quella bottiglia laggiù? Corri a prenderla e portala qui, voglio mandare un regalo alla mia amica Lycea a Palermo!".

Pippo, borbottando contro l'insania delle donne, delle quali però era schiavo per amore, corse sulla banchina e raccolse con i denti la bottiglia di vetro verde scuro con l'etichetta dorata e la scritta "Moet & Chandon" che Aria gli aveva indicato.

"Eccola", le disse porgendogliela. "Che devo fare?".

"Infilaci questo biglietto, tappala e consegnala al mare, porto dell'Arenella, rotta vera 158°.

Pippo afferrò il biglietto e prima di chiuderlo nella bottiglia gli diede una sbirciatina:

"Cara Lycea, il mio restauro è terminato e, come mi era stato promesso dalla mia adorabile armatrice, sono di nuovo regina del mare. In questi mesi in cui siamo state lontane, ho molto pensato alle tue parole e ho toccato con chiglia la verità della vita. Ho conosciuto il mondo degli eletti e quello dei poveri di spirito. Ne sono uscita alla grande, consapevole che l'unico assunto che conta è l'amore. Non potendo brindare con te alla mia rinascita, ti invio, tramite il mare, questa bottiglia augurale con l'imperituro messaggio di non mollare mai. Tua Aria".

E mentre Aria si scollava dalla poppa l'ultima goccia di vetroresina distrattamente lasciata sulla sua opera morta, Pippo, con la zampa, fece rotolare la bottiglia nel mare.


(Tratto dal libro "Tu ed io" di Serena Galvani)

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