Mastro d'ascia Michele D'Amico

Con questa pagina, dedicata a Mastro Michele D'Amico, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente alcuni anni addietro, si chiude il sipario sui mastri d'ascia trapanesi che coi loro racconti ci hanno tramandato la loro tradizione marinara e ci hanno insegnato spaccati di vita che, se letti, farebbero bene a tanti giovani! Ringrazio l'amico e 'inviato speciale' Michele Giacalone per aver aiutato ARIE a mettere insieme i tasselli di queste irripetibili storie, ma ringrazio soprattutto i maestri per essere, con le loro vite, imperituri testimoni del lavoro legato alle tradizioni del Mare.

Di mastro D'Amico mi aveva parlato a lungo anche il Comandante della goletta Pandora, suo affezionato cliente, e il mio 'inviato speciale', a proposito della posa in opera della chiglia della "Venus Ericina", replica di una barca romana oneraria del I-II sec. d.C. messa in opera dal cantiere, ricorda come, nel giorno dell'inaugurazione, sul dritto di prua della sua chiglia, in alto, fossero legati un mazzo di fiori, una scopa e una grattugia.

Mastro D'Amico seduto sotto il sole, con la calma serafica che lo da sempre lo contraddistingue, spiegò che questi simboli erano una tradizione del suo cantiere: i fiori erano un augurio, un segno d'affetto verso la barca, la grattugia e la scopa avevano un valore apotropaico, di protezione contro gli invidiosi: "in giro c'è molta gente cattiva e questa gente ha le corna come il diavolo, noi con la grattugia limiamo queste corna e tutta la sporcizia che rimane per terra la cacciamo via con la scopa... veritiera saggezza popolare!

Mastro Michele, Classe 1933, è l'ottavo figlio di un padre pescatore da cui apprese tutto l'amore per il mare e per le barche. Già all'età di 5 anni lo accompagnava nelle battute di pesca, ma la sua passione sono sempre state le barche. All'età di 9 anni perse il padre e, mentre gli altri fratelli erano imbarcati per lunghe navigazioni, egli fu presentato da un amico di famiglia al maestro d'ascia Pino Martinez, proprietario di un cantiere nell'area di "Marina piccola", la parte più occidentale della città.

In questo cantiere lavorò per circa un anno. All'età di 10 anni, non contento di fare solo il ragazzo di bottega, nel tempo libero si spostava a "Marina grande" e, da dietro il muro che fiancheggiava il binario ferroviario, si soffermava per ore a guardare il lavoro dei maestri d'ascia di un altro cantiere. Il titolare, maestro Giuseppe Stampa, notava spesso questo ragazzino e ogni volta era colpito dal suo modo di osservare le barche in costruzione. Un giorno, incuriosito, lo invitò ad entrare in cantiere: "Ti vuoi limitare a guardare o vuoi lavorare? Incomincia col passarmi quella pialla piccola"-gli disse-. Sorride mastro Michele: " A farmi entrare nel cantiere fu Giuseppe ma il vero maestro fu il padre Vincenzo. Da lui incominciai ad apprendere l'arte di modellare il legno". Il primo lavoro affidatogli fu quello di realizzare una "gola" per il capodibanda di una "barca lunga": al terzo tentativo ebbe il benestare del maestro.

A 12 anni decise di realizzare una barca di 3,50 mt. Chiese il permesso a mastro Vincenzo, che acconsentì, a condizione che si procurasse a proprie spese il legname. Bambino quale era, dovette chiedere alla madre i soldi, spiegandole che, anche se per lei, vedova, sarebbe stato un grosso sacrificio, questa era l'unica via per apprendere l'arte della costruzione. Ottenuti i soldi comprò il legname di gelso e, assemblate le tavole fino a formare un tavoliere pulito e liscio, iniziò a tracciare il disegno della barca.

Non fu semplice. Il maestro lo ammonì: "Nessuno ti spiegherà nulla, dovrai capire da solo". Dopo varie prove sotto furtiva osservazione del suo maestro, risolse l'enigma e finalmente tirò fuori il suo disegno: la sua prima vera conquista per diventare maestro d'ascia. Tornato a "Marina piccola" a vent'anni ebbe la sua prima commessa importante. Divenne socio alla pari del maestro che aveva avuto all'età di 9 anni per la realizzazione di un peschereccio di 16 mt., il "Santa Rita", che realizzò in meno di sette mesi. Seguirono altre commesse per armatori trapanesi, palermitani, napoletani e calabresi.

Sposatosi e cresciuti i figli, Roberto e Giacomo, realizzò un proprio cantiere proprio a "Marina grande", vicino al 'Bastione Impossibile'. Negli ultimi decenni, con la trasformazione del mercato, i figli si sono dedicati alla costruzione di scafi in ferro, tanto che il cantiere si chiama oggi "Naval Ferro di Michele D'amico e Figli" e, oltre alle operazioni di alaggio e varo, realizzano pescherecci in acciaio per armatori libici, tunisini e algerini. Benchè Roberto sia oggi il costruttore navale, in cantiere è sempre forte la presenza del padre che controlla ogni cosa e dirige qualsiasi operazione. Entrare lì dentro è come fare un tuffo nel passato, tra l'odore di mare mischiato a quello del ferro bruciato. C'è sempre un braciere accesso per modellare le tavole di legno e i calderoni dove si scioglie la colla, mentre si lavora e si taglia il ferro, si piega l'acciaio si 'abbaciano' le lastre, come tradizione insegna e modernità vuole.

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